Io, mia madre e Lovecraft

Ciao a tutti!
Volevo parlarvi di questo mio secondo libro edito a novembre 2020, “Io, mia madre e Lovecraft”.
Iniziamo col dire che è ambientato in un paesino vicino Verona chiamato San Giovanni Lupatoto. Perché questa scelta? Questo luogo è presente nei miei ricordi da molto tempo, forse dal lontano 1985 quando io e la mia famiglia fummo invitati da uno Zio, a passare l’estate a casa sua. Serbo un bellissimo ricordo di quella estate perché non solo ero in attesa che nascesse mia sorella Elisa, anche per aver conosciuto dei lontani parenti di mio padre e aver passato con loro momenti indimenticabili. La loro casa, la piscina, il campo da tennis, erano per me dei luoghi fantastici dove la mia mente spaziava in cerca di avventure straordinarie. Nonostante fossi l’unica bambina, all’epoca avevo otto anni, mi divertii moltissimi ed ebbi il piacere di condividere segreti con Zia Lucia, di scrivere il mio primo libro con l’aiuto di mia cugina Cristina e di farmi tante tante risate con lo Zio Umberto.
Niente di particolare direte voi, ma non sono d’accordo. Una parte del mio cuore si è fermata lì insieme a loro, dando vita nel tempo allo scenario del mio racconto.
La casa in cui abita la mia eroina Gemma, è ovviamente un ricordo distorto della casa di mio Zio, la stessa fabbrica di famiglia, non è altro la conceria che lui aveva un tempo. La proprietaria del locale in cui si recava Gemma con la mamma quando era bambina, in realtà è mia cugina Cristina.
Questo per farvi capire che in ogni libro che scrivo e che in futuro scriverò, ci sarà sempre una parte di me, un punto o una virgola vissuta della mia vita che mi ha reso ciò che sono.


Estratto da “Io, mia madre e Lovecraft” ...

Fatalità, eravamo nel posto in cui, io e la mamma, venivamo subito dopo lo spettacolo al cinema. Ci fermavamo a prendere una tazza di cioccolato caldo d’inverno e un thè freddo d’estate, scambiavamo due chiacchiere con la cameriera, vecchia compagna di scuola della mamma. Un tipo molto disponibile, gentile, di bella presenza, con un gran bel fisico. Cristina, era il suo nome. Ballerina per hobby, con la passione della danza classica e amante dell’opera lo “Schiaccianoci” e “Il lago dei cigni”, tanto da tappezzare le pareti del locale con foto che la ritraevano in tutù.
Ammiravo quelle immagini e invidiosa del suo dono, sognavo di danzare anch’io vestita da mille strati di tulle. Una volta ci invitò a vedere un suo spettacolo qui all’Arena e ne rimasi a dir poco estasiata, a tal punto di volermi iscrivere a danza. La nonna non mi permise di farlo, visti i miei impegni scolastici e anche per la sua opinione a dir poco errata, sulle ballerine, viste come “sgualdrinelle”.
«Ciao CriCrì! Che piacere rivederti. Non pensavo di trovarti ancora qui, dopo tutti questi anni!».
«Quando il proprietario decise di lasciare l’attività, ho comprato la licenza a mio nome. Sono passati anni da allora! Forse più o meno coincide con l’ultima volta che ci siamo viste…quanti anni saranno passati?»
«Sono passati sette anni da allora».
«Tutto questo tempo, sicura?»

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